COME RILANCIARE LA CRESCITA

Scritto da Oseco on . Postato in Articoli

L’andamento economico dell’Italia non è stato al passo con quello degli altri paesi. Nell’ultimo decennio ha avuto una crescita media inferiore allo 0,5 per cento, mentre nell’UE15 ha superato l’1 per cento e nei Paesi del G7 l’1,25 per cento.

Anche la crescita della produttività totale dei fattori è stata negativa. Le stime indicano che negli anni recenti la crescita potenziale si è fermata o è addirittura diventata negativa. La debole performance è stata attribuita a vari fattori strutturali tra cui spiccano la concorrenza limitata nei mercati dei prodotti, specialmente nei settori non-commerciabili, un contesto difficoltoso e varie restrizioni per lo sviluppo delle aziende e la specializzazione nei settori a bassa qualificazione. A ciò si aggiungono dualismo, bassa partecipazione al mercato del lavoro e bassi livelli di istruzione scolastica deprimono il mercato del lavoro.

Infine, le inefficienze presenti nel settore pubblico, e il sistema giudiziario lento aggiungono ulteriori costi a carico dell’economia.

L’Unione europea nella Raccomandazione del Consiglio del 29 maggio 2013 sul Programma nazionale di riforma 2013 dell’Italia ha ribadito che la via da seguire è quella della tempestiva attuazione delle riforme in atto, a partire dalle semplificazioni e dalle liberalizzazioni. In particolare, l'UE ha sottolineato l'importanza di assicurare la corretta attuazione delle misure volte all’apertura del mercato nel settore dei servizi pubblici locali, dove il ricorso agli appalti pubblici dovrebbe essere esteso, in sostituzione delle concessioni dirette.

Le analisi internazionali convergono nell'indicare come il fattore di ritardo maggiore sia costituito dallo scarso progresso sul fronte delle semplificazioni istituzionali e delle liberalizzazioni.

Riguardo alle liberalizzazioni nei servizi, uno studio della Banca d’Italia stima che l’allineamento alle pratiche medie dell’Area euro nel lungo periodo farebbe aumentare il PIL italiano del 10,8%, i consumi privati del 7,7%, gli investimenti del 18,2% e i salari reali dell’11,9%. Nel caso in cui il processo di liberalizzazione venisse attuato contemporaneamente nei mercati del lavoro e dei servizi gli effetti moltiplicativi sullo sviluppo porterebbero a una crescita cumulata del PIL del 20,8%, dei consumi del 17,3% e degli investimenti del 29,4%.

Il Centro Studi Confindustria ha stimato che un processo di riforme rivolto alla sburocratizzazione aumenterebbe il PIL del 4%. Verrebbero creati più di sei milioni di posti di lavoro.

Ancora, secondo l’OCSE, un piano di liberalizzazioni orientate alle best practices internazionali potrebbe, nel complesso, incrementare la nostra produttività del 14,1% in dieci anni, di cui il 7,4% dalla liberalizzazione dei soli servizi professionali ed il 4,9% di quelli del commercio.

L’indice di Libertà economica (Index of Economic Freedom), elaborato da Heritage Foundation in collaborazione per l’Italia con l’Istituto Einaudi, nel 2013 ha visto l’Italia all’83° posto della classifica mondiale e al 36° posto tra i 43 paesi dell’intera regione europea, davanti solo alla Grecia.

Altro fronte aperto è quello della digitalizzazione: cittadini, imprese e amministrazioni devono dialogare sempre di più mediante strumenti informatici. L’Agenzia per l’Italia Digitale, non ancora costituita, potrebbe in questo senso svolgere un ruolo molto importante nella diffusione delle nuove tecnologie e nella semplificazione dei rapporti tra operatori economici e apparati amministrativi.

Per quanto concerne invece l'energia, è significativo il fatto che il prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica nel nostro Paese si presenti mediamente più alto del 30% rispetto al prezzo medio delle principali borse europee, nonostante lo sviluppo di mercati organizzati a termine e una maggiore integrazione del mercato elettrico italiano con quello europeo.

Inoltre, nel corso degli ultimi anni al consistente aumento della quantità di energia prodotta da fonti rinnovabili non è corrisposto un adeguato sviluppo della rete elettrica. Ciò è dipeso principalmente dai ritardi autorizzativi. A tale problematica si è posto rimedio attraverso l’introduzione dell’autorizzazione unica per la costruzione e l’esercizio degli impianti di produzione da fonte rinnovabile e la costruzione delle opere di connessione alla rete elettrica di trasmissione o distribuzione.

Sussistono una serie di extra costi necessari sia per mantenere la rete in equilibrio sia per garantire la sicurezza con gli impianti termici. Devono poi essere realizzati gli investimenti sul piano delle interconnessioni con gli altri paesi europei. Un mercato italiano fisicamente interconnesso potrebbe concretamente facilitare lo sviluppo delle infrastrutture di arrivo del gas nel nostro Paese (terminali e pipeline) valorizzando la posizione geostrategica dell’Italia, essenziale per un vero mercato comune europeo dell'energia.

Servono quindi mirati interventi legislativi volti a facilitare lo sviluppo di tali infrastrutture, strategiche per il rilancio della nostra economia.

Infine, il comparto dei trasporti è caratterizzato da una pluralità di settori e da una pervasiva regolazione, spesso di derivazione comunitaria. La presenza pubblica, riscontrabile a vari livelli, evidenzia diverse situazioni di disparità di trattamento con gli operatori privati, in termini di avvio (accesso al mercato) e svolgimento dell’attività d’impresa, mentre non mancano regolamentazioni dei prezzi anche laddove non sussistono motivazioni di pubblico servizio, a volte con richiami all’interesse generale strumentali e del tutto inattendibili.

Occorre procedere ad una corretta e coerente liberalizzazione e ad una sensibile semplificazione e abbattimento degli oneri amministrativi, premesse tra l’altro essenziali per sviluppare, anche in chiave logistica, un comparto complessivamente ancora poco competitivo e inefficiente.

Last, but not least, occorre intervenire sull'ipertrofia di autorizzazioni e norme che incide negativamente anche sul lavoro degli uffici pubblici, costretti a occuparsi spesso di incartamenti di dubbia utilità e a districarsi in un groviglio di regole e adempimenti che rallentano le loro attività.

Nel rapporto Doing Business 2013 della Banca Mondiale l'Italia si posiziona solo al 73° posto su 185 Paesi per la facilità di fare impresa, ben al di sotto di concorrenti come Francia (34°), Germania (20°) e Regno Unito (7°). Tra i fattori che più ci penalizzano rientra la lentezza della PA nel rilasciare le autorizzazioni e l'elevato numero di adempimenti cui sono sottoposte le imprese.

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza.Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina acconsenti all’uso dei cookie.