Blog di Fabio Severino

severino.jpgFabio Severino, dottore di ricerca in Comunicazione e master in Business Administration, è il responsabile area Cultura dell'Osservatorio sulle Strategie Europee per la Crescita e l'Occupazione. È inoltre vicepresidente dell'Associazione per l'Economia della Cultura, professore a contratto di “Economia e gestione delle organizzazioni culturali” e vicedirettore del Master in Digital Heritage all'Università La Sapienza di Roma, editor di “Economia della Cultura” (ilMulino) e columnist di Artribune. Tra le sue pubblicazioni: Economia e marketing per la cultura (FrancoAngeli, 2011), Marketing dei libri (Bibliografica, 2012), Heritage Marketing (FrancoAngeli, 2007), Un marketing per la cultura (FrancoAngeli, 2005), Comunicare la cultura (FrancoAngeli, 2007), Sette idee per la cultura (Labitalia, 2005).

IN ATTESA DI... PERSONE MIGLIORI

Scritto da Fabio Severino on . Postato in Cultura

Molti invocano che la cultura sia messa al centro dell'agenda politica. Io mi accontento di molto meno, ovvero che se ne parli appropriatamente.

Due recenti nomine politiche sono il termometro di quello che non va: una politica di professione, Melandri, alla presidenza del museo di Stato Maxxi, e un cantante in tournée, Battiato, all'assessorato al turismo, sport e spettacolo della Regione Autonoma Sicilia. È l'ennesima estenuante dimostrazione che le politiche culturali sono considerate un divertissement.

 

Colonne di giornali nazionali piuttosto che anziani intellettuali annoiati continuano a tuonare su quanto la cultura sia il petrolio italiano, su quanto sia inverosimile che il turismo incida così poco sul PIL, paragonandoci a qualsiasi altro Paese del mondo che riesce a far meglio sebbene per quanto bello comunque non può vantare la nostra ricchezza di patrimonio storico.

Tanto si dice e si riesce a dire, quanto meno si fa e forse si autorizza a non fare. Perché si lavora per estremi: alla politica non interessa nulla di cultura e turismo, tali argomenti sono assenti o appena vagamente citati nei programmi elettorali, mentre agli intellettuali invece interessa troppo. In questo, come in tanti altri casi, la virtù sta nel mezzo e la moderazione aiuterebbe.

Una migliore offerta culturale attiverebbe una maggiore domanda di consumo: per quanto prezioso per l'economia e l'occupazione del nostro Paese, ciò non risolverebbe i problemi italiani. Pertanto esagerare nello stracciarsi le vesti per il degrado del patrimonio, per la trascuratezza per la produzione giovanile e artistica in generale, non fa che giustificare la trascuratezza della politica.

Come qualsiasi comunità abbiamo bisogno di tutelare la nostra cultura, promuoverla e diffonderla. Questo deve avvenire tra di noi, per il consolidamento e l'alimentazione di una memoria collettiva – tanto più importante in uno Stato giovane come il nostro – e verso l'esterno, per alimentare il turismo, la produzione industriale, l'innovazione di processo e di prodotto (“volgarmente” detto il Made in Italy).

Per arrivare a tutto ciò basterebbe nominare persone competenti (per ora ci si accontenterebbe anche di quelle non brave) tra le dirigenze pubbliche e nelle società partecipate pubbliche, ovvero nella gran parte delle organizzazioni che offrono cultura. Fatico a trovare un non-giurista negli organi giuridici, un non-economista negli organi finanziari, un non-docente negli organi istruttivi, un non-medico negli organi sanitari. Perché allora di un'organizzazione pubblica che offre cultura se ne può occupare chiunque? Ma veramente chiunque (e ripeto, non ambisco nemmeno ad avere persone capaci) tranne chi sa e conosce questo mestiere? La risposta di fondo è la trascuratezza posta in 150 anni di Repubblica italiana sulla cultura intesa come onere amministrativo, a favore di un suo fraintendimento come onore da regalare ad artisti di regime (perché sono tali tutti i partecipanti ai valzer di poltrone).

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