Blog di Luciana Marino

luciana_marino.jpgFunzionario del ministero dell'economia e delle finanze - Dipartimento finanze. Avvocato, autore di svariate pubblicazioni in materia economica e finanziaria
sposata, 2 figli

 

GLOBALIZZAZIONE ECONOMICO-FINANZIARIA

Scritto da Luciana Marino on . Postato in Europa 2020

L'analisi delle cause e dei fattori contingenti della crisi economico-finanziaria che ha investito l'occidente negli ultimi quattro anni va condotta partendo dal passaggio, avvenuto negli ultimo 40 anni, dal sistema dell’economia mondo, basata sullo sviluppo del commercio internazionale e caratterizzata dalla strumentalità della moneta agli scambi in beni e servizi dell’economia reale, alla globalizzazione finanziaria, caratterizzata da un ribaltamento di tale strumentalità e, dunque, alla collocazione, in misura crescente  dell’economia reale in posizione ancillare rispetto alla attività finanziaria.

 

A questa evoluzione ha contribuito in maniera determinante la progressiva rimozione delle barriere giuridiche e regolamentari alla circolazione dei capitali. Questo processo di "finanziarizzazione" dipende ovviamente, in primis, dall'evoluzione tecnologica e quindi dalla crescente informatizzazione dell'attività economica. Se queste sono le premesse, vi sono delle conseguenze sul piano politico-istituzionale.

La teoria del mercatismo, la c.d. "dittatura dello spread", la diffidenza verso le agenzie private di rating in particolare, sollevano interrogativi sulla forza istituzionale dello Stato-nazione tradizionalmente inteso.

In realtà, la debolezza delle istituzioni esiste indipendentemente da questi fattori, che sono in realtà le conseguenze e non le cause di politiche economiche e finanziarie insostenibili da parte degli stati.

E' lecito semmai chiedersi se le varie misure prese a sostegno del sistema finanziario e bancario a fronte della crisi lascino presagire un ritorno in forza dello Stato, oppure consolidino un fenomeno diverso, in cui accanto a un ritorno dello Stato, si assiste alla parcellizzazione del potere di governo dell’economia, ripartito tra moltissimi soggetti alcuni dei quali sono attori, altri regolatori, altri organismi misti. Il primo fenomeno, caratterizzato dall’ampliamento del settore pubblico in vari Stati europei, si configurerebbe come l’ultima tappa del grande ciclo scandito dall’alternarsi di fasi storiche di intervento a fasi di lassez-faire: dal liberismo della fine dell’Ottocento, allo sviluppo della mano pubblica durante prima fase del Novecento dominata dalla grande depressione, alla fase di deregulation degli anni ‘80.

Sul versante italiano è evidente la necessità di implementare riforme economiche tese a modernizzare un Paese per il quale gli analisti economici unanimemente segnalano bisognoso di tornare su di un sentiero di crescita economica prolungata. In condizioni di pressoché stallo demografico e debolezza congiunturale dovuta al contesto internazionale incerto, ciò è possibile solo se la produttività, che è a sua volta ristagna da molti anni, riprende ad aumentare. Di tale esigenza non può ovviamente prescindere il settore pubblico, che assorbe la metà del prodotto e fornisce al resto dell'economia servizi essenziali.

Nel nostro Paese, i margini per nuovi interventi discrezionali di politica economica sono pertanto assai limitati dal peso del debito pubblico, dalla bassa crescita economica e dai vincoli derivanti dalla partecipazione all'Unione Economica e Monetaria. In questo contesto, risulta fondamentale la capacità del policy-maker di analizzare l'efficacia delle proprie politiche e di valutarne i risultati, indirizzando le risorse verso i settori e gli interventi maggiormente in grado di avere ricadute positive sul sistema economico. Secondo questo approccio "efficientistico", a partire dalle ultime due legislature, gli strumenti generalizzati di controllo della spesa hanno ceduto il passo a nuovi strumenti di tipo qualitativo, fondati sulla impostazione di sistemi affidabili di valutazione delle performance delle amministrazioni pubbliche, in grado di migliorare il patrimonio di conoscenza degli organi decisionali e favorire scelte allocative maggiormente consapevoli.

Le riforme strutturali sono il cuore della strategia Europa 2020 che punta a rilanciare l'economia dell'UE nel prossimo decennio. In un mondo che cambia l'UE si propone di diventare un'economia intelligente, sostenibile e solidale. Queste tre priorità che si rafforzano a vicenda intendono aiutare l'UE e gli Stati membri a conseguire elevati livelli di occupazione, produttività e coesione sociale. In pratica, l'Unione si è posta cinque ambiziosi obiettivi – in materia di occupazione, innovazione, istruzione, integrazione sociale e clima/energia – da raggiungere entro il 2020.

Ogni Stato membro ha adottato per ciascuno di questi settori i propri obiettivi nazionali. Interventi concreti a livello europeo e nazionale vanno a consolidare la strategia. Il monitoraggio di questa strategia sul piano interno nazionale è dunque una priorità di analisi fondamentale.

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