Blog di Francesco Peca

francesco_peca.pngFrancesco Peca è nato ad Hannover, Germania, il 21 dicembre del 1970, ha vissuto a Stoccarda fino al 1980 dove ha frequentato la scuola tedesca. Ha vissuto a Panama fino al 1984, dove ha frequentato l’High School, che ha poi proseguito a Roma. Laureato in Scienze politiche presso l’Università Sapienza di Roma ha frequentato il corso SIOI per la preparazione al concorso diplomatico.

Ha svolto il servizio militare come ufficiale di complemento della Marina Militare per tre anni dove ha lavorato presso la Direzione Sicurezza della navigazione, occupandosi della normativa negoziata all’International Maritime Organization a Londra e alla Commissione europea a Bruxelles. Nel 1999 è entrato in Senato come consigliere presso l’ufficio di un ex Presidente della Repubblica, per poi entrare di ruolo e lavorare presso la Segreteria dei Senatori questori, la Commissione Affari esteri e l’Assemblea.

Dal 2004 lavora come segretario parlamentare presso la Commissione Politiche dell’Unione europea, occupandosi principalmente dell’istruttoria relativa a progetti legislativi nazionali ed europei e della redazione dei relativi atti oggetto di deliberazione da parte della Commissione. È sposato e ha tre figli.

 

ACCORDO RAGGIUNTO SUL BILANCIO UE 2014/2020

Scritto da Francesco Peca on . Postato in Europa

I Governi dell’UE hanno raggiunto un accordo sul bilancio dei prossimi 7 anni dell’Unione europea. Dopo una maratona di 24 ore di negoziato, i Capi di Stato e di Governo dei 27 Paesi membri hanno stabilito che per il periodo 2014-2020, le politiche dell’Unione potranno disporre di poco più di 908 miliardi di euro. Alcune considerazioni ne conseguono.

Anzitutto occorre tenere ben presente l’entità delle somme oggetto del contendere. Si tratta di circa lo 0,95% del reddito nazionale lordo (RNL) dell’UE, che se messo a paragone con il bilancio federale degli Stati Uniti che ammonta al 24,7% del RNL, dimostra tutta la sua limitatezza.


Vero è che il confronto con gli USA calza fino ad un certo punto, proprio perché gli Stati Uniti d’Europa ancora non esistono. Ma il segnale che emerge dal Vertice e dal compromesso ivi raggiunto va esattamente nella direzione opposta, sebbene nei mesi scorsi sia stata più che in passato evocata la prospettiva e l’esigenza di raggiungere una vera unione politica. Così, per esempio, il discorso di Barroso sullo stato dell’Unione, del 12 settembre 2012. Le cifre concordate l’8 febbraio sono, invece, il risultato di una progressiva riduzione di bilancio, rispetto alla proposta originaria della Commissione, già essa lievemente inferiore rispetto all’esercizio precedente. Il Quadro finanziario pluriennale del prossimo settennio risulta, in definitiva, più esiguo del 3,38% rispetto a quello precedente. È la prima volta nella storia europea che il bilancio previsionale viene ridotto rispetto a quello precedente, e ciò avviene nonostante l’esigenza di contrastare la crisi economica con un rafforzamento del peso dell’Unione nella competizione globale e nonostante che il bilancio concordato dovrà essere spalmato su 28 Paesi e non più 27, con l’ingresso della Croazia dal prossimo luglio.

Il ministro Moavero, che è andato in Senato a riferire sugli esiti del Consiglio europeo, è stato investito da un’ondata unanime di critiche nei confronti del compromesso al ribasso sul quadro pluriennale dell’Unione, nonché nei confronti dello stesso Governo che, secondo tutte le forze politiche, avrebbe dovuto ricorrere all’estrema ratio del veto, se non altro per dare un forte segnale politico. Ma al di là delle giuste considerazioni su ciò che l’Europa dovrebbe essere o diventare, non v’è dubbio che – stante la reale situazione in cui si è svolto il negoziato – l’Italia ha portato a casa qualche risultato concreto. Anzitutto ha ottenuto un significativo miglioramento del suo saldo netto negativo nel dare/avere con l’UE, che da una media di 4,7 miliardi nel periodo 2007-2011 (con il picco di quasi 6 miliardi nel 2011) passerà a una media di 3,8 miliardi nel prossimo settennio, a cui si aggiunge un risparmio di 0,6 miliardi derivante dalla riduzione degli “sconti” esistenti per alcuni Paesi (escluso quello del Regno Unito che rimane invariato) e a cui si aggiungono 3,5 miliardi di fondi aggiuntivi per l’Italia. Peraltro il problema del saldo netto negativo, che grava sul bilancio nazionale e in definitiva sul cittadino tax payer, è strettamente legato alla capacità dell’Italia di spenderli questi fondi europei. Come facciamo a chiedere più stanziamenti se siamo di gran lunga il Paese con l’ammontare maggiore – direi vergognoso – di “reste à liquider” (RAL), ovvero di stanziamenti ancora non spesi. Del resto questa è una caratteristica che l’Italia ha sempre avuto. Siamo passati ad essere contribuenti netti formalmente nel 2001, ma di fatto lo eravamo già dagli anni ’80, per effetto della scarsa capacità di spesa dei fondi europei che risulta solo a consuntivo. D’altra parte, sebbene l’Italia abbia coerentemente sostenuto un bilancio più ambizioso, non va dimenticato che ciò avrebbe con ogni probabilità aggravato il saldo netto negativo del nostro Paese. In ogni caso, i tagli hanno riguardato maggiormente i due grandi settori che hanno sempre assorbito, da soli, più del 75% del bilancio UE, vale a dire la Politica agricola comune e la Politica di coesione, mentre i vari programmi e strumenti per la crescita e la ricerca, rientranti nella Strategia Europa 2020, pur non conoscendo il balzo in avanti auspicato dalla Commissione, registrano comunque un forte incremento rispetto al passato.

Infine occorre ricordare che, qualora il Consiglio europeo del 7-8 febbraio scorso non avesse raggiunto un accordo, magari proprio per un veto posto dall’Italia, la conseguenza sarebbe stata quella di un esercizio di bilancio provvisorio, cosiddetto “dei dodicesimi”, che consiste in spese mensili nel limite di un dodicesimo dei crediti aperti nel bilancio dell’esercizio precedente, e in cui le decisioni sono prese non all’unanimità, come al Consiglio europeo, ma a maggioranza, con evidente svantaggio per l’Italia.

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