Blog di Francesco Peca

francesco_peca.pngFrancesco Peca è nato ad Hannover, Germania, il 21 dicembre del 1970, ha vissuto a Stoccarda fino al 1980 dove ha frequentato la scuola tedesca. Ha vissuto a Panama fino al 1984, dove ha frequentato l’High School, che ha poi proseguito a Roma. Laureato in Scienze politiche presso l’Università Sapienza di Roma ha frequentato il corso SIOI per la preparazione al concorso diplomatico.

Ha svolto il servizio militare come ufficiale di complemento della Marina Militare per tre anni dove ha lavorato presso la Direzione Sicurezza della navigazione, occupandosi della normativa negoziata all’International Maritime Organization a Londra e alla Commissione europea a Bruxelles. Nel 1999 è entrato in Senato come consigliere presso l’ufficio di un ex Presidente della Repubblica, per poi entrare di ruolo e lavorare presso la Segreteria dei Senatori questori, la Commissione Affari esteri e l’Assemblea.

Dal 2004 lavora come segretario parlamentare presso la Commissione Politiche dell’Unione europea, occupandosi principalmente dell’istruttoria relativa a progetti legislativi nazionali ed europei e della redazione dei relativi atti oggetto di deliberazione da parte della Commissione. È sposato e ha tre figli.

 

INVESTIMENTI PUBBLICI SÌ, MA...

Scritto da Francesco Peca on . Postato in Europa

25 marzo 2013. In una seduta surreale di un Senato formalmente incapace di funzionare, poiché incapace di esprimere una maggioranza, un Governo fantasma riferisce sull’ultimo vertice europeo, in cui tuttavia, ancora una volta, i Capi di Stato e di Governo dei 27 Paesi membri hanno preso decisioni in qualche modo pilotate proprio da quel Governo fantasma. Quasi vien voglia di dire: ben venga se questi sono i risultati.

Il 14 e 15 marzo scorsi il Consiglio europeo ha preso una decisione importante e a lungo attesa. Sull’ennesima sollecitazione di Monti, che ha scritto una lettera al presidente Van Rompuy, è stata finalmente riconosciuta la distinzione qualitativa tra spese correnti e spese per investimenti, ai fini del rispetto del Patto di stabilità e sono stati incoraggiati i governi a sfruttare appieno i margini di flessibilità consentiti, per finanziare investimenti produttivi. Si tratta di un primo passo importante, anche se siamo lontani dalla vera e propria golden rule, che vorrebbe lo scomputo degli investimenti dal calcolo del deficit e del debito. Inoltre l’apertura decisa a Bruxelles riguarda unicamente i Paesi che non si trovano già in procedura di deficit eccessivo, che attualmente sono solamente Germania, Lussemburgo, Estonia, Bulgaria, Finlandia e Svezia, ma a cui con ogni probabilità si aggiungerà anche l’Italia entro il prossimo mese (aprile 2013). Resta da verificare quale potrà essere l’entità degli interventi da poter mettere in campo, considerato che si tratta comunque, non già di deroghe al Patto di stabilità, ma di meri “margini di flessibiltà”.

In questo contesto si inserisce la decisione del Governo di finanziare il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione per un ammontare di 40 miliardi in due anni. La Commissione europea il 18 marzo ha incoraggiato questa soluzione sulla base di quanto deciso dal Consiglio europeo. È inverosimile pensare che il conseguente aggravio sui conti pubblici possa far cambiare idea a Bruxelles sulla chiusura nel mese prossimo della procedura di deficit eccessivo nei confronti dell’Italia. Dunque finalmente una boccata d’ossigeno per le imprese private che vedranno saldati quasi la metà dei crediti che vantano nei confronti della PA.

Lo aveva già detto, lasciando trasparire non poca preoccupazione, lo stesso presidente Dini nel presiedere la seduta delle Commissioni congiunte, in Senato, sugli esiti del precedente Consiglio europeo, quello del 7 e 8 febbraio scorsi: l’economia non potrà riprendere senza un intervento esogeno all’economia stessa, ovvero senza una ripresa della domanda mondiale e quindi delle esportazioni, o senza una ripresa della domanda interna con maggiori consumi e investimenti. Qualora ciò non accadesse, a crollare sarà l’intero sistema dell’euro, poiché le reazioni sociali renderebbero impossibile attendere per altri due o tre anni, gli auspicati effetti delle riforme strutturali.

Dunque ben venga una maggiore flessibilità sugli investimenti pubblici produttivi, ma in prospettiva non si potrà prescindere da una vera presa di responsabilità politica da parte dell’Unione, con un futuro ministro del tesoro europeo che possa perseguire una politica economico finanziaria dell’Unione anche attraverso risorse adeguate reperite con l’emissione di eurobond.

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